Diritto alla Festa

FARM Festival – Putignano e Alberobello (BA)

Scoprire, non vendere: il valore della cura nei festival indipendenti

Il FARM Festival (organizzato da Consorzio I MAKE), un festival che da 13 anni prova a connettere arte, natura e comunità nel cuore della Murgia dei Trulli, tra Alberobello, Putignano e i luoghi di confine del Sud Est Barese. Ma più che raccontarvi un festival, oggi vorrei provare a condividere con voi una traiettoria. Un percorso di trasformazione che ci ha portato a mettere in discussione i modelli dominanti nel nostro settore. Perché oggi parlare di festival non significa solo programmare contenuti, ma chiedersi: a chi parliamo? con quale linguaggio? in che rapporto siamo con lo spazio, con il tempo e con la comunità che ci ospita?

Il contesto – “Fare un festival oggi in Puglia”

Negli ultimi 15 anni la Puglia è diventata una delle regioni più vivaci d’Italia in termini di festival. Ed è bellissimo: artisti internazionali, pubblico crescente, un ecosistema musicale in fermento. Ma… in parallelo, è esplosa anche la competizione, i cachet fuori controllo, la corsa al sold out, l’overtourism e le logiche da evento blockbuster. E a un certo punto, io e il mio gruppo ci siamo chiesti: “È davvero questo quello che vogliamo essere? È davvero qui che vogliamo andare?”

Il nostro modello – “FARM Festival non è solo un palco”

Il FARM nasce nel 2012 in una masseria del ‘700, la Masseria Papaperta, vicino al Parco di Barsento. Non c’era niente intorno, solo natura, pietra viva e una voglia matta di fare. Abbiamo portato lì musica, illustrazione, danza aerea, cortometraggi, artigianato e cibo locale. Ogni edizione ha avuto un respiro nuovo: abbiamo attraversato masserie, parchi archeologici, rioni storici, ciclabili e centri culturali rigenerati. Sempre con lo stesso intento: non solo programmare spettacoli, ma creare esperienze di scoperta collettiva. In dodici anni abbiamo ospitato artisti come COSMO, Dargen D’Amico, The Notwist, I Hate My Village, MYSS KETA, Dutch Nazari, Studio Murena, Timber Timbre, e molti altri. Ma il nostro orgoglio più grande non sono i nomi, ma il fatto che il pubblico venga per fiducia. Perché sa che ci sarà qualcosa di bello anche se non lo conosce già.

La svolta – “Non serve essere grandi, serve essere giusti”

Negli anni, mentre tanti festival crescevano in scala, noi ci siamo fermati. Abbiamo osservato. Ci siamo accorti che più cresceva il sistema, più diventava fragile. Più aumentavano i numeri, più si perdeva il contatto umano. Più aumentavano i cachet, più diventava insostenibile organizzare. La pandemia ha accelerato questa consapevolezza: non potevamo rincorrere gli standard imposti dal mercato. Dovevamo prenderci cura della nostra identità. Così nel 2023 abbiamo fatto una scelta forte: abbiamo deciso di essere LITTLE FARM FESTIVAL. Siamo ripartiti con una dimensione più contenuta, ma più armonica. Meno produzione, più relazione. Meno nomi, più esperienze. Tre eventi al tramonto tra boschi, ciclabili, spazi culturali, tra famiglie, arte ambientale, laboratori, danza e musica. E il pubblico ha risposto. Anzi: si è riavvicinato. Ha ringraziato.

La provocazione – “FARM SECRET: line-up a sorpresa”

L’anno dopo, 2024, abbiamo deciso di andare oltre: nasce FARM SECRET. Un festival dove non annunciamo la line-up. Le persone scoprono chi suona solo quando l’artista sale sul palco. Non importa se è emergente o famoso. È un’esperienza di fiducia, sorpresa, ascolto senza pregiudizi. La line-up viene pubblicata il giorno dopo, quasi come un atto poetico. È una piccola utopia? Forse. Ma è anche un gesto necessario. Perché oggi tutto è iper-annunciato, iper-venduto, iper-calcolato. E noi volevamo recuperare il gusto dello stupore. Come si faceva prima dello streaming, quando si andava a un festival per scoprire. Non siamo nostalgici: siamo solo convinti che si possa scegliere un’altra strada.

Il messaggio – “Il pubblico è la nostra risorsa più importante”

Se c’è una cosa che ci ha insegnato tutto questo, è che la risorsa più importante non è il cachet o il budget. È il pubblico fidelizzato. Quello che ti segue anche se non sveli il nome. Quello che torna perché sa che troverà cura, accoglienza, qualità. Quello che si lascia sorprendere e che vive il festival come un’esperienza di comunità, non come una checklist di artisti da postare.

Conclusione – “Utopie necessarie”

In un tempo dominato dalla velocità, dal mercato e dalla crescita infinita, noi abbiamo scelto una strada diversa: – la cura al posto del branding – la scoperta al posto del consumo – la relazione al posto dell’hype Vogliamo essere piccoli, ma liberi. Vogliamo creare un festival dove si possano ancora ascoltare i suoni, i passi sul prato, le voci dei bambini, il silenzio tra un pezzo e l’altro. Un festival che non sia un contenitore da riempire, ma un contenuto che lascia tracce. Perché le utopie non servono solo a sognare. Servono a resistere, reinventare e restare umani.